«Sentivo che qui c’era qualcosa che stava nascendo e allora mi sono deciso a venire a visitare la Sicilia e Noto. E adesso siamo qua e ho la sensazione che ci sia ancora tanto da fare». Paolo Perrelli da 9 anni dal suo Spazio Noto di via Rocco Pirri osserva la città e il centro storico da un punto di vista privilegiato. Artista, gallerista, era a Mosca, prima ancora a Tunisi, dopo essere nato a Ravenna. Ha girato il Mondo e ora è a Noto, dove in fondo è vero che gira il Mondo, tra personaggi importanti e facoltosi, bravi a non farsi beccare.

Perché Noto, Paolo?
«Vivevo a Mosca, mi occupavo di arte e seguivo una collezione privata. Prima ero stato anche a Tunisi, in Nord Africa. In quegli anni, il nome di Noto cominciava a spuntare nei discorsi: c’era un fermento strano, qualcosa che si muoveva. Interessi immobiliari, un certo occhio speciale… si parlava di bellezza, di possibilità. Le mie antenne si sono alzate. Avevo voglia di tornare in Italia. Così mi sono concesso un periodo sabbatico. Ho preso e sono venuto a vedere che succedeva. Perché dove succedono cose c’è sempre energia buona. E io volevo capirla da vicino…»

Com’è stato l’incontro con quella Noto, circa 10 anni fa?
«Ho girato Noto in lungo e in largo. Guardavo, ascoltavo, mi perdevo nei dettagli. Poi ho visto via Rocco Pirri. Un salottino meraviglioso. C’era un buco libero, piccolo, perfetto. Uno spazio dove potevo fare tutto da solo. Ho avuto l’intuizione: una piccola galleria queer, qualcosa che in Sicilia ancora non c’era. Artisti LGBTQ+, un pensiero libero e visibile. Nessuno lo stava facendo. Era il momento: me lo sono detto e l’ho fatto».
Ed è nato Spazio Noto.
«Sì, ho coinvolto qualche conoscenza, e anche qualche sconosciuto. Incredibilmente, hanno creduto nel progetto. Pedro Almodóvar, Bruce LaBruce, artisti queer italiani e internazionali. C’è stata una risposta generosa. Ho capito che stavo cogliendo un’onda. Ogni stagione ci sono nuove offerte, nuovi arrivi. Famiglie, artisti, creativi, expat: una comunità che cresce, ma sempre a basso profilo. Questo rende Noto speciale».
Chi arriva a Noto oggi?
«Una nuova generazione di residenti. Internazionali, colti, discreti. Architetti, designer, artigiani. C’è un pubblico curioso, raffinato. Noto è una città colta, e chi arriva lo sente. La Sicilia orientale ha un’energia diversa: da Catania alle campagne dell’interno, si stanno creando realtà legate all’arte, al design, alla vita lenta ma piena. È come se stessimo vivendo una rinascita etica ed estetica».

E sul gusto, che tendenze sta notando?
«Tantissima attenzione al recupero e alla materia. I francesi sono attenti alla storia, amano l’antiquariato e il disegno. Gli italiani – soprattutto quelli che gravitano intorno al nuovo modernismo – prediligono linee pure e materiali locali, come la pietra. Poi ci sono i russi, i belgi, gli americani. Ognuno porta una visione, ma tutti ascoltano il territorio».
C’è una frase che l’ha guidato in tutto questo?
«Lessi tempo fa un articolo sull’Economist: diceva che ci sono persone che costruiscono le fasi della loro vita a blocchi di cinque anni. Quella frase mi è rimasta impressa. È così che ho imparato a tenere le antenne alte: a capire dove si sposta il momento, dove sta nascendo qualcosa. In fondo, è sempre una questione di presenza, di ascolto».
Ha un piano B?
«No. Non ancora. Ma non ne sento il bisogno. Non ho ancora concluso quello che devo fare qui. La galleria è in evoluzione costante, la crescita non si è esaurita. Al contrario, sento che c’è ancora tanto da modellare. Il fatto che Spazio Noto continui a trasformarsi è il segnale più forte che questa non è stata una bolla. È un divenire. Un modo di essere».
Ci sono richieste particolari?
(Ride) «C’è gente che arriva dall’Australia o da New York e si ritrova in una casa di campagna con ceramiche antiche e ulivi secolari. Vedi cose che non ti aspetti: collezioni raffinate, installazioni contemporanee in mezzo al nulla. La cultura che sta nascendo qui ha una forza autentica: è uno dei posti più vivi in cui io abbia mai vissuto».

Foto di Bianca Burgo